Testo di Pasquale Areniello

Lo ricordo poco più che adolescente quando, come prime forme di un’arte già rivolta allo sperimentalismo più avanzato, raccoglieva dalla ferraglia destinata alla fonderia pezzi di motori in disuso per farne composizioni scultoree che dessero vita concreta ad un’ispirazione estetica già carica di significato e di valore. Convinto nel fondo dell’anima che la materia più inerte ed insignificante, come il materiale di risulta, il rifiuto, lo scarto serbasse in sé un’anima capace di risorgere a nuova vita, se adeguatamente trattata da un artista che se ne prendesse cura. Nacque così, nel lontano 1968, il primo capolavoro: I nobili cavalieri – una moto impennata con in sella una slanciata figura di centauro proiettato contro l’infinito spazio del cielo – io, giovane professore di Storia dell’arte al liceo di Dentecane, ne fui affascinato e gli proposi di venire ad esporre le sue creazioni nel salone delle conferenze della scuola per offrire ai miei allievi una lezione concreta sull’arte contemporanea, arricchita dalla presenza dell’artista autore delle opere esposte. Fu un’esperienza straordinaria, resa ancora più esaltante dall’entusiasmo della nostra giovinezza. 40 anni dopo ritrovo Giuseppe, gli anni non hanno scalfito il dinamismo e la creatività di un tempo: i materiali impiegati sono diversi: allora il metallo, oggi il vetro, la materia più fragile, più a rischio di deterioramento che la tecnica messa punto dall’uomo sia riuscita a creare. Il vetro con le sue trasparenze, con i suoi riflessi, con i suoi colori cangianti in funzione dell’incidenza della luce, delle tecnica di lavorazione, degli abbinamenti con altri materiali. Un mondo più aereo, più leggero, ma più maledettamente fragile e scopri così che l’arte di Giuseppe si è trasformata in una forma di sfida con il tempo, con le circostanze della vita, con le imprevedibili occasioni dell’esistenza. Un’arte a rischio di rottura, ma contemporaneamente un’arte che si libra nell’aria, si confonde con l’aria che la circonda, si perde e si ritrova nell’ambiente e nella realtà che le vive intorno e intanto, di volta in volta, si carica di significati diversi: Le torri gemelle presso il MAV di Ercolano, La spirale del DNA per il Niguarda di Milano, Le figure che emergono dal globo, spaccato in due, della piazza di Conza. Arte che interpreta la storia, se ne fa testimone e si proietta verso un futuro con un intento ben preciso, con un obiettivo ben chiaro e definito: esaltare la vita in tutte le sue forme. E nascono così capolavori unici nel loro genere come quel manichino, in figura di donna, dal cui ventre emerge un volto, realizzato in pasta di vetro. Un manichino raccolto da una discarica, coperto in parte da scaglie di specchi, recuperate anch’esse tra gli scarti di lavorazione di un vetraio e la fusione dei pezzi, altrettante parti di quel corpo femminile, fissate su aste di ferro, librate nell’aria, animate dalla diafana evanescenza di un sogno.

Un inno alla vita nelle sue manifestazioni più semplici, ma​nello stesso tempo più inquietanti, come inquietante sa essere soltanto questa vita nostra, esposta ai rischi più imprevedibili – vedi le torri gemelle abbattute dall’attacco terroristico – ma una vita comunque capace di risorgere, di liberarsi della pesantezza della materia grezza e proiettarsi verso l’alto, verso il cielo, fino a confondersi con esso, fino a perdersi… Bisogno di scrollarsi di dosso tutto quanto può rendere inerte e banale la nostra effimera avventura dell’esistenza. Questo per me è, nel più intimo il motivo ispiratore dell’arte di Giuseppe, l’amico ritrovato, 40 anni dopo!

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