testo a cura di Pasquale Areniello

La necessità di liberarsi ad ogni costo dalla gabbia, che imprigiona, diventa motivo ricorrente nelle realizzazioni artistiche di Giuseppe Rubicco. L’anelito alla libertà da qualunque forma di condizionamento è un tema che anche in questa ultima istallazione diventa dominante, fino a farsene esclusivo. Il tutto, vissuto in quella prospettiva laica dell’esistenza, che da sempre lo caratterizza. Volti, maschere e corpi, pur nella diafana trasparenza del cristallo, si fanno vittime consapevoli di una condizione di reclusi, da cui anelano ad uscire. Le gabbie, anch’esse di vetro, conservano nella fitta rete delle maglie che le compongono, la tenace consistenza di trincee invalicabili. Eppure tutte le figure, tutti gli esseri rappresentati, non si arrendono, cercano un varco, una maglia che non tiene, una crepa che possa trasformarsi in breccia, in squarcio, attraverso il quale, trovare una via di fuga. Di qui la tenacia nella ricerca di un percorso, di una strategia, di un sistema, capace di mettere all’angolo tutti i condizionamenti e tulle le limitazioni, soprattutto alla libertà di pensiero. In ossequio al detto di Epitteto “Nessuno è libero, se non è padrone di se stesso”. In questa logica anche la rete, come metafora e simbolo di recinto e di trincea, si trasforma, una volta distesa a terra, in strumento di comunicazione, si fa mano tesa nei confronti del proprio simile. E alla fine il miracolo si avvera: finalmente liberi! Le gabbie, le trincee, i muri sono caduti per sempre e il visitatore può percorrere in piena libertà l’ultimo tratto del corridoio, destinato all’istallazione, ma…neanche il tempo di prendere fiato, per avviarsi all’uscita e ti si para dinanzi, quasi a sbarrarti il cammino, uno specchio! …la tua immagine riflessa, in tutta la sua grandezza, in tutta la sua solitudine…e una voce fuori campo, quella dell’artista: “Hai voluto la libertà? Eccotela! Non hai più alibi, non hai più schermi, non hai più maschera!… Sei solo con te stesso…” Lo smarrimento è totale, cerchi una via di uscita, una via di fuga, una via di scampo e dalla porticina laterale, che si apre su un vano angusto e poco illuminato, un mosaico in tutta la sua magnificenza di luce e di colori, con i suoi riflessi accattivanti e accanto una scritta “Iconami…

. E’ la voce e il messaggio di un altro artista, Divince, all’anagrafe Vincenzo Di Martino. La lirica, che accompagna il mosaico, si fa invito e si fa preghiera, si fa attesa e si fa certezza: l’arte può dare voce, deve dare voce ai bisogni, alle attese, alle speranze degli uomini. Lungo le pareti, dipinti e formelle, che di volta in volta si fanno analisi introspettiva, confessione di fede, testimonianza di umana pietà. E’ il caso delle formelle, realizzate con ciottoli di mare, che raccontano il dramma di tanti migranti inghiottiti da quell’acqua, che doveva essere la via per la libertà e si è trasformata nella prigionia senza scampo della morte. Un senso di struggente tenerezza ti attanaglia l’anima e, a percorso ultimato, te ne vai con la consapevolezza che il genere umano, i tuoi simili, da qualunque parte del mondo provengano, sono parte di te.


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