Testo di Pasquale Areniello

Una leggera brezza, che infila via della Circumvallazione e si perde verso l’alto sulla collina del Duomo, attenua in parte la calura di questo pomeriggio di luglio, nel giardino deserto alle spalle del Gesualdo. Unico rifugio, in tutta l’area retrostante il teatro, una zona d’ombra, determinata da un’acacia che si protende su una fontanina a colonna, da cui zampilla un esile filo d’acqua che ristagna nella coppa di ghisa, meta ininterrotta di un andirivieni di colombi. Siamo lì, in largo anticipo sull’orario dell’appuntamento per la presentazione della mostra, e, ognuno di noi, a suo modo, vive l’attesa di tale evento. Il maestro Giuseppe Rubicco, sandali ai piedi, scala in spalla e un gomitolo di filo di nylon nella tasca rigonfia dei pantaloni, armeggia per appendere, alla tettoia che si protende verso il giardino, le sue maschere di cristallo. Alcuni dipendenti comunali, sotto la guida di un solerte responsabile del teatro, cercano di richiamare in vita con qualche secchio d’acqua, attinto nel bagno lì accanto, sparuti gerani rinsecchiti da una siccità che dura da tempo. L’erba del giardino inglese, ridotta anch’essa a un prato rinsecchito, scricchiola al passaggio di chi cerca di dare una mano allo scultore a sistemare le sue opere disseminate in un’aiuola. Il crepitio dei rinsecchiti calami dà il senso concreto di quell’arida estate del 2012, seguita ad un inverno, destinato a rimanere nel ricordo per la sua abbondante nevicata. . Nell’una e nell’altra circostanza a poco erano serviti i buoni propositi di quanti avrebbero voluto evitare i disagi indotti dalle avverse situazioni atmosferiche sicché alla fine, la neve aveva paralizzato l’intera città e la siccità estiva aveva trasformato in lembi di deserto le aiuole del Gesualdo. Tra quei lembi di deserto e l’oasi, rappresentata dalla fontanina, si muoveva il gruppo degli estimatori d’arte che, ad onta dell’afa insopportabile, si erano ritrovati per l’inaugurazione della mostra di scultura che raccoglieva le opere più significative di due artisti del posto: Iovanna e Rubicco. Del primo avevo sentito solo parlare, il secondo era una mia vecchia conoscenza, un amico col quale, ad onta della lontananza e della scarsa frequentazione, avevo stabilito un rapporto fatto di confronto aperto e sincero. Lo avevo presentato, 40 anni fa, ai miei alunni del Liceo Pascucci di Dentecane. Giuseppe era allora un giovane allievo dell’Accademia di Belle arti di Napoli, io un anonimo docente di Storia dell’Arte in un liceo di Provincia. Ero all’epoca non solo pieno di quell’entusiasmo giovanile, che rasenta l’incoscienza, ma forte dell’esperienza che qualche anno prima, con un gruppo di colleghi, avevo fatto circa un lavoro monografico abbastanza impegnativo.

“Dall’atomistica di Leucippo e Democrito, alla relatività di Einstein” – era questo il titolo relativo alla tematica che, insieme a un buon numero di docenti del liceo, avevo affrontato. Del gruppo faceva parte il collega di Latino e Greco per l’analisi dei documenti antichi, relativi all’argomento, un collega di Filosofia e un giovane quanto estroso prof di matematica e fisica. Tanto estroso da voler dimostrare il margine di errore nella formulazione del principio di relatività. Non ci dormiva la notte e non ci riposava neanche il giorno al punto che una mattina, mentre nella sala di proiezione spiegavo storia dell’arte, per poco non mi accecò con un laser che aveva messo in funzione senza avvertire nessuno. Ne fui così contrariato, per via dello spavento derivato dallo scampato pericolo, che letteralmente lo cacciai via dalla sala. Poi, come accade tra amici, tutto si risolse, qualche sera dopo, dinanzi ad una pizza appena sfornata e un generoso bicchiere di vino. Sta di fatto che all’epoca, giovani docenti, pieni di entusiasmo, volevamo coinvolgere gli allievi in un percorso di acquisizioni culturali che non passassero soltanto attraverso le pagine dei libri. In funzione di questo obiettivo, io presentavo periodicamente un artista contemporaneo, la cui opera veniva esposta nel salone del liceo. E fu così che toccò anche a Giuseppe Rubicco e il suo capolavoro del momento “I nobili cavalieri”, per un pò di giorni troneggiò nell’austera sala di quel liceo che, realizzato ai tempi del Fascismo, portava tutti i segni di una maschia virilità. Si trattava di un pezzo di arte povera, una moto impennata con in sella un cavaliere, realizzato col materiale di risulta di un’officina meccanica: Ingranaggi, pistoni, marmitte arrugginite… c’era di tutto, ma tutto assemblato con una grazia e un misurato senso delle proporzioni da farne un’opera degna del canone della scultura classica. Insomma, fin da allora, il talento del giovane artista, Giuseppe aveva all’epoca 20 anni, si manifestava in tutta la sua evidenza, preannunciando sviluppi lusinghieri di un’arte che sarebbe andata molto lontano. Già allora a dominare il tutto non era il senso del peso della massa plastica, quanto la ricerca di una dimensione spaziale che andasse oltre i limiti dei contorni delle figure e si perdesse nell’infinito, nella diafana trasparenza del cielo. Il vetro non c’era ancora, ma si avvertiva nell’aria una tensione verso una ricerca che lo portava a forare le lamiere arrugginite affinché si cogliesse l’azzurro del cielo che in quella primavera del ’72 la faceva da padrone sulla collina di Venticano. Il tutto nasceva da un intimo bisogno di non perdere il contatto con la natura circostante, era lo spirito di Rousseau che, prendendo per mano la ragione, approdava nel porto sicuro di una natura amica. Già la ragione!

Fin da allora Giuseppe era convinto che la ragione umana, opportunamente impiegata, potesse risolvere tutti i problemi degli uomini. Un inguaribile ottimista, proprio quando altri come Montale, sulla strada segnata da Camus, parlavano di estraneità, di assenza… ed era di moda la figura del derasiné. Una moda da cui Giuseppe non si sarebbe mai lasciato irretire… e andava per la sua strada, faceva arte povera, raccoglieva dagli scarti e riciclava, ridando vita a ciò che era stato buttato via per sempre. … 40 anni dopo una parte dei risultati di quel percorso erano esposti nel giardino retrostante il Gesualdo. A me l’onore di presentarlo al pubblico degli estimatori, uno gruppo di uomini di cultura che per nulla al mondo avrebbero rinunciato alla prima di una mostra, al piacere di un incontro con l’arte. E l’arte di Giuseppe Rubicco ne aveva di punti significativi, di elementi degni di discussione e di approfondimento… a cominciare da quel numero 40 che ricorreva in forma martellante, se non addirittura ossessiva: 40 maschere, 40 petali di cristallo, 40 anni dopo… Su quest’ultimo aspetto, la prima battuta che mi venne spontanea, che con una forma di sottile ironia, facevo tra me, fu “ Per la miseria abbiamo battuto Alessandro Dumas, ne abbiamo raddoppiato il numero… egli scrisse un fortunato romanzo “ 20 anni dopo” e noi ci ripresentiamo al pubblico 40 anni dopo”. Ne è passato di tempo! Ne è passato così tanto che stento a convincermene: allora i miei alunni erano miei coetanei, o quasi, gli alunni di oggi potrebbero essere miei nipoti, e non parlo di quei giovani commessi di negozio o al supermercato, che per rispetto dei capelli bianchi, affettuosamente ti si rivolgono con l’espressione familiare “’o zi”, ma di quelli che non te lo dicono, ma lo pensano intimamente, “’o no”. Nonno, beh anche questo è un ruolo che, tutto sommato, ha i suoi lati gratificanti. Era affidata, in un passato non molto lontano, al nonno l’educazione dei nipoti. Io stesso, le mie conoscenze di zootecnia e di botanica, le ho apprese tutte dal nonno paterno di cui porto il nome. Ricordi del genere, con l’inevitabile richiamo del passato, finiscono col mettere in moto quel sentimento di nostalgia per il tempo che va. E in tutto questo che fine ha fatto il 40 di Rubicco? Ci ha tenuto a precisarlo egli stesso: all’ingresso della mostra uno scritto in cui spiega il significato di quel 40, il numero simbolo dell’attesa, della catarsi, della preparazione ad un evento di portata eccezionale.

Il pensiero va subito ai testi sacri: i 40 gg di Cristo nel deserto, i 40gg del diluvio universale, i 40 gg dell’attesa di Mosé sul monte Sinai prima che gli fossero consegnate le tavole dei comandamenti e giù di lì all’infinito perché il 40 ricorre nelle religioni medio-orientali. La mostra in sostanza si fa omaggio a un numero che ricorre non solo nei testi del Vecchio e del Nuovo Testamento, ma lo si ritrova tra i miti e i culti medio-orientali. Fa ancora caldo, nonostante si siano fatte le nove di sera e il sole è definitivamente scomparso dietro i crinali del monte Partenio. Una leggera brezza, che infila via della Circumvallazione e si perde verso l’alto sulla collina del Duomo, attenua in parte la calura di questo pomeriggio di luglio, nel giardino deserto alle spalle del Gesualdo. Una brezza leggera che attenua la calura dell’estate e si porta via le malinconie del passato.


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